A Etna Resiliency Dio ascolta musica elettronica. Stasera penultimo incontro

Cos’ha in serbo l’evoluzione? O meglio, cosa abbiamo noi in serbo per l’evoluzione? Ci stiamo avviando a piccoli balzi verso una nuova umanità fatta di robot?

Forse da qui a cent’anni il mondo non sarà popolato da androidi alla Robocop, ma a guardare in giro è difficile non intravedere, nelle pose da cifosi, nelle teste chine sugli schermi, le braccia ad angolo retto sui telefonini, un qualcosa di simile ai movimenti di un automa. La natura cede progressivamente alla tecnologia: quale sarà il risultato?  La domanda se la sono posti in tanti di recente: al cinema lo ha fatto ad esempio Werner Herzog, grande regista tedesco, col suo documentario Lo and Behold  (2016)

 

In musica ci ha pensato Vincenzo Tommaseo, ragusano classe 1983, artista di musica elettronica, che ha animato il terzo esperimento della rassegna Etna Resiliency, organizzata da Camillo Privitera e Tiziana Gandolfo presso la propria cantina Primaterra.

Aleph Kaph Aleph: von Chaos to Nature, von Nature to Robot, questo il titolo completo della sessione musicale orchestrata da Vincenzo. Un  viaggio musicale a tappe per ripercorrere con le note il percorso dell’uomo, dal caos primigenio all’adattamento nello schema naturale del mondo fino al recente, inesorabile, rischio di metamorfosi in robot, i cui movimenti scimmiottiamo già da tempo.

Leggi Aleph e subito pensi a Borges. C’entra probabilmente anche lui in questo racconto musicale, assieme alla cabala ebraica, alla numerologia, al computer, alla filosofia e alla religione. Come la raccolta di racconti di Borges, anche l’esperimento musicale di Vincenzo, fatto di suoni e non di parole, non si presta a comprensione immediata, ma svela piano piano la propria ricchezza.

Per introdurlo potremmo sfruttare le parole di un altro pilastro della letteratura, Antonin Artaud, e un appunto del suo racconto di viaggio in Messico, nel paese dei Tarahumara, lì dove il grande commediografo francese ricercava la Natura, quella con la enne maiuscola, già allora difficile da trovare nella sua Europa.

Vi è nella Cabala una musica dei Numeri, e questa musica che riduce il caos materiale ai suoi princìpi, attraverso una sorta di grandiosa matematica, spiega come la Natura si ordini e diriga la nascita delle forme che estrae dal caos. E tutto quel che vidi, mi parve ubbidire a una cifra.

Come Artaud, anche Vincenzo tira in ballo la più nota tradizione esoterica dell’ebraismo, la cabala, dove la corrispondenza tra numeri e lettere, tipica della lingua ebraica, assume significati diversi a seconda della capacità di comprensione del lettore.

Qui numeri e lettere si fanno note: ecco allora una sessione musicale dove l’aritmetica della musica elettronica si appoggia alla numerologia della cabalistica, traducendola in suono: è la “musica dei numeri” di cui parlava Artaud, la musica matematica dei rabbini, dove la natura e l’uomo, raccontati nella Bibbia, e nella letteratura ebraica, si scompongono e si ricompongono in diverse forme, a seconda delle lettere e dei numeri da cui sono formati.

Artaud, in quella landa assolata del Chihuahua messicano, cercava una mistica senza Dio; non così i rabbini. In quei diagrammi di parole e numeri loro cercavano il Creatore, al quale assegnarono settantadue nomi, tanti quanti quelli ricavabili dalla scomposizione in tre lettere dei tre versetti  (dal 19 al 21) del capitolo 14 delll’Esodo, dedicato all’apertura delle acque del Mar Rosso. A ciascun nome un significato, un destino, una rivelazione.

Aleph Kaph Aleph, prima, undicesima e di nuovo prima lettera dell’alfabeto ebraico, unite per formare uno di quei settantadue nomi, quello della ricostruzione, del ritorno all’ordine dopo il caos. Una invocazione in musica, dunque, quella di Vincenzo, eseguita con gli strumenti più adeguati al secolo in corso. Una terapia sonora per rasserenarsi in questi tempi caotici, una preghiera laica per rimanere uomini, per non mutare in automi, o in Golem

A officiare il rito secolare, i padroni di casa, Tiziana Gandolfo e Camillo Privitera, con un generoso carico di libagioni ad arricchire la serata: dagli Etna di casa Primaterra al Cerasuolo di Vittoria Barocco di Avide, passando per il Barbera Fides di Pio Cesare, il Rosso di Cipponeri della cantina Ansaldi e il Montepulciano d’Abruzzo Torre dei Beati. Una spensierata serie di brindisi tra le stelle di San Lorenzo, per celebrare una montagna, l’Etna, ancora generosa, sempre viva, nonostante roghi, incendi e una miserrima gestione delle emergenze.

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Gherardo Fabretti

Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Catania, in Sicilia, dalla quale fugge più volte l'anno, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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