Il futuro del vino secondo Gaja tra passione, impegno e sacrificio

Il futuro del vino è sempre una scommessa ma oggi più che mai fattori come le grandi mutazioni climatiche, l’avvelenamento del pianeta, la competizione scorretta delle falsificazioni, mettono a dura prova l’intero comparto vitivinicolo italiano, che nonostante tutto continua a crescere in qualità e fiducia nei mercati.

Per individuare le criticità in tempo e intuirne le soluzioni occorrono uomini illuminati, capaci di una visione globale e dotati di un certo fiuto. Angelo Gaja di fiuto ne ha parecchio, nascere nel distretto delle Langhe, e più precisamente ad Alba (CN) la città del tartufo, per lui non è un caso ma un destino.

Classe 1940, ha girato il mondo e da più di qualche decennio è stato incoronato come il “Re del Barbaresco”, un soprannome che è la prova tangibile di quanto ci abbia saputo fare nel mondo del vino.

Gaja arriva a Taormina Gourmet con qualche minuto di anticipo come solo i business man di classe sanno fare, lo attende una platea numerosa che da tutta la Sicilia (e non solo) ha fatto chissà quanti km solo per ascoltarlo.

Da uomo dallo spirito pratico quale è, Gaja rompe subito il silenzio e viene al dunque.

“Il cambiamento climatico è un’emergenza, che esige e richiede un cambiamento radicale” dichiara Gaja, temperature sempre più alte, siccità, pioggia abbondante durante la vendemmia, sono eventi sempre più frequenti. Si calcola che mediamente tali avversità abbiano aumentato nel vino di 1 grado alcolico ogni 10 anni.

L’inquinamento è una questione delicata che catalizza l’attenzione dei governi: il Nobel per l’economia Nordhaus ha messo a punto un sistema per la determinazione della Carbon tax a carico di Paesi o di unità economiche per sanzionare i soggetti maggiormente inquinanti, ponendo fine all’attuale indifferenza che regna su questa problematica.

Gaja mostra un’immagine dell’Italia: uno stivale lungo e stretto fatto di 8.500 km di costa, e il mare si sente da parte a parte, anche nelle zone centrali dell’entroterra, che in realtà così entroterra non sono proprio per la particolare morfologia del belpaese.

La Francia non deve essere vista come una concorrente, ma come un Paese che ha una sua produzione con caratteristiche importanti, eleganti, ed anche con le sue eventuali problematiche legate alle tante varietà con maturazioni precoci, mentre in Italia al contrario le varietà non così precoci ci consentono interessanti maturazioni ed un utilizzo meno intensivo del glifosato.

Anche i paesaggi sono nettamente diversi: a Bordeaux è tutto piatto mentre sull’Etna la tradizionale vite ad alberello che va verso l’alto crea un paesaggio caratteristico, così come succede nelle Langhe del Barolo e del Barbaresco.

Guardando allo scenario mondiale, è innegabile come la vocazione dell’Europa è quella di fare i food wines, e l’Italia detiene il primato di vini eleganti, perfetti da accompagnare al cibo.

Come preservare questo patrimonio? Gaja individua alcuni focus:
– La conduzione del vigneto a regime di sostenibilità e resilienza che richiede da parte dei vignaioli e produttori un atteggiamento rigoroso e più lungimirante, utilizzare terreni e pratiche appropriate senza forzare la produzione, individuare i terreni vocati e le varietà che rispondono meglio a certe aggressioni del clima.
– Assisteremo al alcune innovazioni come droni e robot capaci di generare nuovi automatismi
– L’importanza delle Guide e dei bravi degustatori italiani, importantissimi perché vengono consultati dall’estero; così come il fenomeno degli influencer che le cantine assoldano sempre più spesso per rendere visibili i loro prodotti, con forme di comunicazioni nuove, immediate e globali.
– Combattere le falsificazioni: pensiamo al fenomeno dell’italian sounding con un fatturato enorme (si parla di circa 60 miliardi di euro) e contrastare le Agromafie.
– Epigenetica – mutagenesi – transgenesi: puntare sulla ricerca per individuare le varietà che si adattino meglio ai climi sempre più caldi, con spirito di osservazione impiantare le piante che hanno superato le malattie aiutando le varietà a diventare sempre più robuste.
– Una burocrazia semplice che non ostacoli l’inventiva e le capacità dei piccoli artigiani del vino
– Un comitato senior di consulenti provenienti da diversi ambiti (arte, letteratura, turismo) che possa ispirare i produttori e che apporti un valore aggiunto al vino, fatto di identità, storia, territorialità.

E qui Gaja coglie l’occasione per ricordare come nessuno meglio di scrittori e poeti possano raccontare le emozioni del vino e delle sue mille sfaccettature che si riversano sui paesaggi, sulle genti e sulle loro tradizioni.

Per le sue Langhe cita Pavese e Fenoglio, e per l’Etna Gaja pesca indietro: Sciascia e Verga, come ambasciatori della sicilianità capaci di portare nel mondo attraverso la letteratura riconoscibilità e una precisa identità di un territorio e del suo vino.

“Come può diventare l’Etna in futuro? Un ecosistema artigianale del vino, un distretto dei sognatori dove ciascuno possa praticare la propria idea di vino con volontà, con determinazione di un progetto che passi attraverso la formazione dei giovani produttori, ma bisogna correre, qui siamo in ritardo!” e poi conclude il Re: “Tutelare il vino affinché non diventi mai ostaggio dei politici e della burocrazia che vorrebbero prenderlo, ma fare in modo che resti libero con impegno e sacrificio”.

Scandisce quest’ultima parola con enfasi, e fra i tanti produttori e appassionati la parola “sacrificio” fa scoppiare un’ovazione interminabile in sala.

Tantissime le sfide già in atto, le cantine rispondono e di certo non manca la voglia di farcela, qui sull’Etna siamo davvero sognatori: di questi tempi si vola alto.

 

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Valeria Lopis

Valeria Lopis

Nativa etnea, è appassionata degustatrice di vino e cibo. Legata all'AIS dal 2014, prima come winelover e poi come Sommelier. Scrivere e comunicare sono "esigenze" che coltiva attraverso le collaborazioni con riviste e rotocalchi. Una grande passione per la campagna e le vigne la spinge ad esplorare il terroir locale, e non solo, con entusiasmo. Da buona siciliana ama la tavola imbandita e il cibo di qualità e la condivisione di essi, un'immancabile tradizione di famiglia che oggi rappresenta anche un patrimonio culturale da valorizzare e comunicare

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