Dieci bollicine per le feste senza il peso di otto chili di cambiali

Natale è quella parte dell’anno in cui tutti si sentono in diritto di regalare alcolici:  tra l’Immacolata e l’Epifania, nelle mani della gente passano più bottiglie di quante ne siano scivolate sotto i banconi delle distillerie clandestine durante il Proibizionismo. Di solito sono le stesse regalate l’anno precedente, palleggiate intonse per decine di case, e tornate miserevolmente sotto forma di “pensierino” all’incauto che per primo le aveva comprate.

L’Italia è piena di  zii astemi con la casa invasa di micidiali (per loro) Laphroaig 18 e Caol Ila 12. I più smaliziati li riciclano come dopobarba, come il padre di un mio amico – che di distillati ne sa quanto il geometra Calboni di scottces – secondo il quale “se Marilyn andava a dormire con due gocce di Chanel n°5, io posso spalmarmi due cc di Lagavulin n°16“. La maggior parte di quelle bottiglie, in ogni caso, sono destinate ad accumularsi in cantina, anno dopo anno, diffondendo il tragico mito del parente appassionato collezionista.

Va un po’ meglio con le bollicine: quelle almeno si bevono subito. Tuttavia, tenace imperversa l’abitudine linguistica di rimpicciolire qualsiasi prodotto da rifermentazione portato in dono a casa di amici. Siano riempite con Champagne, Franciacorta o Trento (i più originali virano sul Lambrusco) le bottiglie saranno introdotte agli astanti tramite confortevoli vezzeggiativi, quali “spumantino” o “prosecchino”, da pronunciarsi rigorosamente con tono di modestia da deficienti, come l’architetto Melandri sillabava “cippalippa” all’amata Donatella in Amici Miei.

Una volta aperte, le varie sfumature di dosage saranno sganciate senza pietà su torte e pasticcini, come i bombardieri Mitsubishi su Pearl Harbor, scatenando esplosive reazioni dall’esito riassumibile nella locuzione “botta di acido”.

Nonostante tutto, abbiamo deciso di suggerirvi dieci etichette per le feste; entro i venti euro, perché iniziare l’anno nuovo con otto chili di cambiali ci sembrava eccessivo. Tutto quello che vi chiediamo è di abbinare con cautela: il generale Takijirō Ōnishi vi guarda, e anche la biochetasi.

  1. Trento DOC Brut Bio S.A. – Maso Martis. 70% chardonnay e 30% pinot nero. Una bollicina immediata e solida, come Roberta Giuriali Stelzer. Freschissima, aspetta con ansia quei crostini al salmone che vedo sul tavolo.
  2. Prosecco Sur Lie DOC “Frizzante …naturalmente” – Casa Coste PianeNiente autoclave; solo bottiglia. Loris Follador, a Valdobbiadene, la glera la ammosta e la fa rifermentare in bottiglia, coi lieviti dentro. Beverino, fresco, sincero, col risotto alla zucca.
  3. Franciacorta Brut SA – Corte FusiaGiovani e appassionati: sono Daniele Gentile e Gigi Nembrini, enologo il primo e agronomo il secondo. Vigneti sul Monte Orfano – là dove alcuni il Franciacorta manco lo vorrebbero – recuperano, ripiantano e coltivano, tirando fuori, tra le altre etichette, un Brut SA equamente ripartito tra chardonnay e pinot nero. Sapido, tagliente, energico, pulisce a meraviglia un tagliere di salumi.
  4. Franciacorta Dosaggio Zero – Colline della StellaAndrea Arici è giovane e silenzioso: parla poco, pesa bene le parole e fa parlare i fatti. Ricco, sapido, gustoso, il suo Dosaggio Zero invita ad uno spaghetto con le vongole.
  5. Oltrepò Pavese Pinot Nero Pas Dosè Nature – Monsupello. Carlo Boatti è scomparso qualche anno fa, ma i suoi vini continuano a beneficare i suoi fortunati bevitori. 90% pinot nero e 10% chardonnay, sosta 30 mesi sui lieviti e si unisce felice ad un branzino al cartoccio.
  6. Bianco frizzante Sur Lie ‘Lubigo’ – Massimiliano Croci. L’etichetta recita “spontaneamente frizzante”, perché l’ortrugo con il quale il vino è prodotto rifermenta spontaneamente in bottiglia, complici i lieviti adagiati dentro il vetro, come il Prosecco di Follador. Figlio di un’antica tradizione delle colline Piacentine, il Lubigo lo si berrebbe a secchiate, zavorrando lo stomaco con pane e una bella zuppa di legumi fumanti.
  7. Dosaggio zero Miri 2014 – Serni Fulvio Luigi Sempre sulla linea del metodo ancestrale, c’è il signor Giorgio Serni e il suo vermentino. Imbottigliato a Bolgheri, in mezzo ai supertuscan, vanta sornione un proletario tappo a corona e inebria coi suoi sapidi agrumi. Da abbinare col sushi dell’amico radical chic.
  8. Anarchia Costituzionale 2016 – Vigneti MassaDal proletario all’anarchico – per costituzione (con la c minuscola o maiuscola?) – è un blend di uve bianche della zona di Tortona (moscato in primis, of course), la cui fermentazione spontanea viene bloccata per refrigerazione dopo dodici ore. Ne nasce un mosto-vino ancora pieno di dolcezze, da inzuppare con la crostata alla frutta di nonna.
  9. Metodo Classico Mira Porta del Vento. 100% catarratto da Camporeale (PA), luminoso e carico di colore, profumato di erbe aromatiche e susine, chiama senza tema una frittura di pesce.
  10. Metodo Classico Brut 2014 – Murgo. La bollicina più famosa dell’Etna, prodotta interamente con uve nerello mascalese, è cremosa e agrumata, meravigliosa su un battuto di gamberi. Sorella in rosa del Murgo Brut, è il Brut Rosé 2014: condivide il dosaggio e solletica con i suoi profumi di fragolina di bosco, da omaggiare con pasta ceci e gamberi.

Terminata la lettura, gli incapaci di pasteggiare a meno di centocinquanta euro a botto possono invece dirigersi a Courmayeur, con la signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, Donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Serristori, i Branca e i Moretti (quelli della birra). Tutti assieme appassionatamente, con la polenta, i panettoni d’oro con zaffiri e ametiste al posto dei canditi, e lo Champagne riserva 1612. A chi non ha colto le citazioni, invece, un calice di Prunella. Ballor, ovviamente. Buone feste da EnoNews!

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Gherardo Fabretti

Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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