“Vulcania 10 anni”: i vini, gli uomini, il tempo celebrati alla “Vini Milo 2018”

Dal 24 agosto al 9 settembre le vie di Milo sono state palcoscenico della 38^ edizione della ViniMilo, la più antica manifestazione sull’Etna dedicata ai vini e alla gastronomia del grande vulcano.
Quest’anno più che mai ricchissimo il programma, che ci ha accompagnati all’addio all’estate il più dolcemente possibile, inebriandoci di “spirito”. Una passerella importante che ha visto sfilare le migliori firme italiane e non. Dal Barolo, che condivide con l’Etna la protezione Unesco, agli oli Monte Etna DOP, dal Bianco Superiore di Milo a confronto con i grandi bianchi del mondo alla degustazione che ci riporta alla vendemmia 2008, mostrando pregi e possibilità dei nostri vini su scala decennale, per chiudere poi, l’8 settembre, con la degustazione guidata dall’Associazione Italiana Sommelier sui vini vulcanici, Vulcania 10 anni: i vini, gli uomini, il tempo.

Un grande territorio cerca il confronto, lo vuole, si apre al mondo e alle nuove sfide. E sembra proprio questo il leit motiv che spinge il Consorzio del Soave a ideare, nel 2012, Volcanic Wines, un progetto internazionale di valorizzazione e di promozione dei vini da suolo vulcanico, le cui attività sono coordinate dall’Associazione delle Doc vulcaniche che lavora nel segno della cooperazione, insieme a enoteche e comuni legati dal “fattore vulcano”.
Ne fanno parte: Consorzio del Soave, Consorzio Tutela Bianco di Pitigliano, Consorzio Tutela Vini Lessini Durello, Consorzio per la Tutela dei Vini Orvieto, Consorzio Tutela Vini di Gambellara, Enoteca Provinciale della Tuscia, Consorzio Vini Doc Colli Euganei, Cantina di Mogoro (Sardegna), Consorzio Tutela Vini dei Campi Flegrei, Comune di Milo, Consorzio di Tutela Vini del Vesuvio, Comune di Pantelleria, Consorzio Tutela Vini Etna Doc, Consorzio di Tutela Vini d’Ischia. Tra le principali zone vitivinicole mondiali costituite da questo tipo di suolo si possono elencare: Napa Valley (California), Casablanca Valley (Cile), Santorini (Grecia), Rias Baixas (Spagna), Isole Azzorre (Portogallo), Alture del Golan (Israele), Yarra Valley (Australia).

I suoli vulcanici sono distribuiti prevalentemente lungo i bordi delle placche tettoniche o in loro prossimità e ricoprono circa 124 milioni di ettari nel mondo, l’1% della superficie della Terra, fornendo sostentamento al 10% della popolazione mondiale, esprimendo chiaramente il concetto di “fertilità”. In Italia invece insistono su un territorio di 17.050 ha con una produzione di circa 150 milioni di bottiglie.

Ciò che rende assolutamente unico e irripetibile ciascun suolo vulcanico ce lo spiega brillantemente Chiara Mattiello, Marketing and Communication Manager del Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave, in una virtuale passeggiata lungo lo stivale. In primo luogo la presenza di minerali, altamente concentrati e fondamentali per lo sviluppo dell’acino, molto eterogenei tra loro (fosforo, potassio, zolfo, calcio, sodio, magnesio, ferro, manganese, rame, zinco, molibdeno) e la granulometria del suolo stesso, spesso ridotto in sabbie, che mantiene una elevata permeabilità creando le perfette condizioni per bianchi complessi e sapidi. Su questa eccellente culla si allevano anche viti a piede franco, che hanno resistito all’attacco fillosserico, longeve e robuste e soprattutto “autoctone” o “tradizionali”. In completa armonia con l’ambiente circostante sono sicuramente i vitigni tipici quelli che più riescono a interagire con il tutto, fornendoci infine delle esperienze uniche. Come quelle proposte durante la degustazione dell’8 Settembre.

All’incontro sono intervenuti Camillo Privitera, in veste di Presidente AIS Sicilia, Claudio Di Maria, delegato AIS Catania Jonico-Etnea, Antonio Benanti, Presidente del Consorzio Etna DOC, Chiara Mattiello e Aldo Lorenzoni per il Consorzio del Soave.

I vini in degustazione:

Gambellara: Menti, Rivalonga 2012. Il vitigno simbolo qui è la garganega, portata in Veneto dagli Etruschi, vinificata dalla famiglia Menti in tutte le sue declinazioni, compresa la rara versione di Vin Santo di Gambellara. A rappresentare l’azienda di famiglia e il suo territorio c’è Michela che ci propone l’annata 2012, sorprendente per la sua freschezza e sapidità che lascia un finale leggermente amaricante.

Etna: Barone di Villagrande, Etna Bianco Superiore 2014. A Milo si produce il raro Etna Bianco Superiore, che prevede una percentuale minima di Carricante, il vitigno a bacca bianca più rappresentativo della zona etnea, dell’80%. L’azienda, fondata nel 1727, ne propone una versione ottenuta dalle uve provenienti dalla Contrada Villagrande, affinate in botti di rovere da 500 Lt per un anno e altrettanto in bottiglia, vino che si presenta delicato nei suoi profumi floreali e minerali.

Etna: I vigneri, Vigna di Milo 2014. Dalla Contrada Caselle arriva il Carricante in purezza che da forma a questo Etna Bianco Superiore. Allevato con viti a piede franco, frutto della selezione viticola massale, fatta da Salvo Foti, con l’antichissima tecnica etnea dei “magliuoli”, senza innesto. Affina in botti da 2000 Lt per un anno, che conferiscono una piacevole complessità alle note olfattive e avvolgente persistenza al palato.

Etna: Benanti, Pietra Marina 2009. La famiglia Benanti, con la sua trentennale esperienza, è una delle realtà più rappresentative di quello che viene definito il “miracolo etneo”. Vini dalla spiccata personalità ed eleganza, che il tempo corteggia come un vecchio gentiluomo. Il Carricante proviene dalle viti a piede franco della Contrada Caselle, meticolosamente selezionate. Lo spettro olfattivo è un dispiegarsi di profumi tanto delicati quanto complessi che si confermano in assaggio lungo e ricco di gusto.

Tuscia Viterbese: Sergio Mottura, Poggio della Costa 2008. Nella Tuscia Viterbese, ad est del Lago di Bolsena (il più grande lago di origine vulcanica d’Europa) e al confine con l’Umbria, nascono i vini di Sergio Mottura, raccontati da Carlo Zucchetti. Si degusta un Grechetto in purezza, lavorato in acciaio. Dieci anni dopo lo troviamo ancora generoso e pieno, nei profumi fruttati e a tratti sulfurei e nel gusto, articolato e lungo.

Soave: Gini, Contrada Salvarenza “Vecchie Vigne” 2008. Siamo nella zona classica del Soave, la DOC italiana che produce più vini bianchi fermi. Sandro Gini, neo eletto Presidente del Consorzio Tutela Vino Soave per il mandato 2018/2020, ci racconta i luoghi e le persone di Monforte d’Alpone, dove la famiglia Gini lavora da secoli. Qui le centenarie viti di Garganega, spesso a piede franco, offrono una complessa trama olfattiva che varia dalle note di agrumi canditi, a quelle di miele, tè e fieno, pietra focaia. Al palato è denso e rotondo, ancora fresco dal finale lunghissimo.

Pitigliano: Sassotondo, Isolina 2009. Su una rupe di tufo, a sud-est di Grosseto, si staglia il borgo medievale di Pitigliano. Ottenuto da uve Trebbiano 70%, Sauvignon 20%, Greco 10%, provenienti dai vigneti di Sovana, che vengono pigiate e macerate per 12/24 ore. L’affinamento avviene in acciaio, sui lieviti. Ce lo racconta Edoardo Ventimiglia, nuovo Presidente del Consorzio di Tutela Bianco di Pitigliano e Sovana DOC.

Campi Flegrei: IV Miglio, Macchia Bianco 2007. Il nome scelto dalla famiglia Verde per l’azienda indica l’antica via Consolare Campana che collegava Pozzuoli a Capua e bene esprime la storicità di questi luoghi. La falanghina deve il suo nome al termine “falange”, cioè il palo utilizzato per i ceppi di vite, caratteristica della viticoltura flegrea. Su questi terreni vulcanici è coltivata su viti a piede franco. Lavorata in purezza si esprime, qui, con delicata fragranza e gusto avvolgente.

Colli Euganei: Vignalta, Pinot Bianco 2002. In provincia di Padova, lungo i versanti collinari, di origine vulcanica, più elevati del territorio, nasce una azienda considerata pionieristica per le scelte anacronistiche adoperate. Il bicchiere ci consegna un vino di sedici anni che pare prendersi gioco del tempo per la dinamicità olfattiva e gustativa, ottenuto da solo Pinot Bianco vinificato in acciaio. Ce lo racconta Franco Zarantonello per il Consorzio Vini Doc Colli Euganei.

Lessini Durello: Casa Cecchin, Nostrum 2013. Sui Monti Lessini, a nord di Arcole, cresce la varietà autoctona Durella, aspro e dalla tagliente acidità, che aveva solo bisogno di essere compreso per potersi esprimere al meglio. Così nasce la versione spumante Metodo Classico di Renato Cecchin, nel 1988, diventato vino simbolo dell’azienda e ottenuto da un uvaggio di Durella 90% e Pinot Nero 10%.

Lacryma Christi: Olivella, Lacrimanero 2015. Il curioso nome sembra derivare dalla leggenda secondo cui le lacrime sarebbero di Gesù, versate dopo aver riconosciuto nel Golfo di Napoli un pezzo di Paradiso strappato da Lucifero durante la caduta verso gli Inferi. Da queste lacrime si sarebbero originate le vigne di questo territorio ai piedi del Vesuvio. Ottenuto da Piedirosso 50%, Aglianico 20% e Olivella 30%, questo vino ci regala un bouquet intenso ed eterogeneo, che si spinge un finale lungo e avvolgente.

 

 

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Federica Milazzo

Federica Milazzo

Nata e cresciuta nella bella Piazza Armerina (Enna), vive oggi a Giarre, nel Catanese. Maturità classica, iscritta in Economia, Sommelier AIS dal 2017, si definisce un’anima in evoluzione, poliedrica. Determinata e curiosa, forse nevrotica, a tratti romantica. Definita da amici, e non, una piccola furia con la risposta sempre pronta. Ogni esperienza l’ha segnata, modellata e formata. Così dall’amore per le arti passa a quello per i numeri, la gestione e l’organizzazione. E dalla passione per le serie tv a quella per il vino. Quest’ultimo la rapisce, raccontandole le più affascinanti storie della terra, a cui inesorabilmente appartiene, e gliene acuisce i sensi, che non possono più rinunciare alla ricerca dei profumi e dei sapori più veri. Il viaggio, in tutte le sue forme, è il fine ultimo a cui tutto è vocato. Alla ricerca del suo posto nel mondo, continua il suo percorso formativo in attesa della prossima sfida.

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