Grassi, dolci, salati: il triangolo della morte secondo Michael Moss

Michael_MossGeneral Mills, Nestlé, Mondelle, Procter & Gamble, Coca-Cola Company, Mars, Kellog’s, McDonald’s Corporation e Kraft: se la misura non fosse stata colma, mai e poi mai un tale gruppo di storici antagonisti avrebbe deciso di riunirsi; ma la misura lo era, almeno secondo Bob Eckert, amministratore delegato della Kraft, illuminato da un lampo di morale.
Nella grande sala riunioni della Pillsbury, una sera di aprile del 1999, Eckert chiese ai presenti di calcolare il proprio indice di massa corporea, basandosi sulla formula proiettata alla parete. Furono pochi i mormorii di stupore: non c’era nessuno, tra il ristretto pubblico di amministratori delegati e presidenti, a non avere abbastanza tempo, cultura e personal trainer per scongiurare la vista di infartuanti valori.
Non così quaranta milioni di clienti americani, un terzo del totale, ormai in condizioni di obesità clinica. Erano loro, col proprio carico di cardiopatia, ipertensione, artrite, diabete, a fare notizia, pesando sulla bilancia della sanità pubblica e strozzando il bilancio della nazione a colpi di cento milioni di dollari l’anno; tutto grazie alle  goloserie da scaffale vendute da quella decina di silenziosi ospiti.
Quell’anno l’idea di una pesante tassazione delle materie prime era diventata più di una semplice voce, così come i propositi di boicottaggio promossi da alcuni grossi nomi di Harvard, assieme ai Centri federali per il controllo e la prevenzione delle malattie, alla Cancer Society e all’American Heart Association; persino il ministero dell’Agricoltura, storico animale domestico delle lobbies dell’alimentare, ridicolizzato dal palese conflitto d’interessi, aveva iniziato a mordere la mano dei padroni.
Il motivo dell’irripetibile riunione era dunque chiaro: affrontare l’epidemia di obesità negli Stati Uniti per limitare i danni agli affari.
Come i colossi dell’alimentare rischiassero di affondare nel mare di calorie da cui traevano denaro era presto detto: tutto ciò che all’inizio era nato come spuntino occasionale, ora trionfava alla base della dieta quotidiana.  “Se la confrontassimo con una mappa delle categorie di pubblicità degli alimenti, soprattutto di quelle rivolte ai bambini, la piramide-guida degli alimenti, risulterebbe capovolta” – così, nel corso della riunione, Michael Mudd, vice-presidente di Kraft.
Tutta colpa dei mutamenti nel mondo lavorativo: meno tempo a disposizione per cucinare, più tempo da dover dedicare agli impegni; meno occasioni per gli acquisti di materie prime, più possibilità di procurarsi cibi già pronti, gradevoli, e a spropositato contenuto calorico.
Dietro l’epidemia, in realtà, c’era molto di più dell’aumento degli impegni quotidiani. Lo sapevano bene i presidenti di Cargill e Tate & Lyle, loro, i fornitori mondiali dei tre elementi sotto accusa – sale, grassi e zuccheri – più preoccupati degli altri per l’epilogo dell’intervento.
Per colpa di un pezzo grosso col ghiribizzo dello scrupolo, gli intoccabili della trinità industriale, quella sera, erano diventati i vertici del triangolo della morte.
Sale, grassi, zuccheri. Tanti, è vero, ma irrinunciabili, perché capaci di migliorare consistenza, aspetto e sapore di roba destinata altrimenti alla polvere degli scaffali; troppi, di sicuro, eppure irresistibili, perché dosati e costruiti in maniera scientifica sull’intimo desiderio del consumatore.
Count Chocula, Lucky Charms, Yoplait, Go-Gurt, Tang, Velveeta: né questi, né molti altri figli del letale trio, diranno qualcosa ad un italiano, ma nell’elenco degli abomini mangerecci da scaffale non mancano gli amici d’infanzia: Frosties, Cheerios, Twix, Lion, Mars, Snickers, Oreo, Coca-Cola, Pepsi, Philadelphia, Pringles, Ritz, Big Mac e via ingozzando, a cui, di recente, si sono aggiunte le Lay, icona statunitense delle patatine fritte.
Quella sera, per il sollievo di Cargill e di Tate, non si arrivò a nulla: un moto di spalle di Stephen Sanger, capo della General Mills, e i rimanenti dieci produttori, ad eccezione della Kraft, infilarono l’uscita senza tanti complimenti, mentre Bob Eckert abbandonava il mondo degli alimenti per diventare presidente della Mattel. Barbie –  pensava – gli avrebbe creato meno grattacapi.
Quello che non mollò la presa, invece, fu Michael Moss, ostinato giornalista del New York Times. Incontri più o meno segreti, interviste, dati di laboratorio, ricerche d’archivio e ben trenta pagine di note esplicative dopo, l’inchiesta di Moss sull’industria alimentare viene pubblicata nel 2013,  arrivando in Italia a metà del 2014: Grassi, dolci, salati. Come l’industria alimentare ci ha ingannato e continua a farlo – Mondadori.

Le sue quattrocento pagine, supportate da documenti d’acciaio, sono a disposizione in tutte le librerie. Noi vi invitiamo a leggerle, e intanto, ve le raccontiamo, in tre puntate: GrassiDolciSalati

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Gherardo Fabretti

Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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