Storia del vino 7

4704_guerra_cent_anni-1Un giorno di marzo del 1152, dalla sua abbazia in Borgogna, Bernardo di Chiaravalle si dirige alla volta di Bordeaux: chi, meglio di lui, per trovare una onorevole giustificazione al divorzio tra la giovane duchessa aquitana Eleonora e il mite re di Francia Luigi VII? Sancita, dopo quindici anni di matrimonio, una forzosa consanguineità di quarto grado dei due giovani, e ratificata la separazione, fu un focoso inglese a infiammare il cuore della donna: Enrico Plantageneto. Diventati, due anni dopo, il re Enrico II d’Inghilterra e la regina Eleonora, l’Aquitania, con Bordeaux, diventava a tutti gli effetti territorio inglese.
Favorita ampiamente dall’ultimogenito della coppia, quel re Giovanni detto Senzaterra, tanto noto per le avventure di Robin Hood, Bordeaux non tardò a testimoniare, ora, come un secolo e mezzo prima, la propria spregiudicata vocazione al commercio. Favorita geograficamente agli scambi con l’Inghilterra, nel 1203 i cittadini offrirono al re inglese aperta collaborazione contro la Francia, in cambio dell’abolizione dei dazi commerciali con Londra, l’odiosa Grand Coutume. Spregiudicati, ma di parola, i bordolesi si dimostrarono leali al re, resistendo furiosamente all’assedio del re di Castiglia Alfonso, deciso a prendersi la Guascogna in quanto cognato di Giovanni.
Il premio per tanta ostinata fedeltà, per quanto interessata, non tardò e l’Inghilterra fu presto invasa dal rosso vino bordolese, allora, come oggi, familiarmente chiamato claret, per il colore, ai tempi, non troppo marcato.
Erano allora le Graves a fornire la maggior quota di vigneto, seguite dalle Premières Cotes, da Entre-Deux-Mers e Blaye, mentre il Mèdoc non vantava che radi e sparuti vigneti. Un vero boom vinicolo esplose allora: i porti di Londra, Berwick, Bristol, Southampton tremavano sotto il peso delle botti, mentre a Bordeaux i commercianti si erano già auto-assegnati un duro codice commerciale di prelazione sulla vendita di vino, la nota police de vins.
FotoTale il traffico sulle acque della Dordogna da rendere necessario costruire, su iniziativa del nuovo re Enrico III, una città fortificata per il controllo delle merci: Libourne. Il fondatore, il potente siniscalco sir Roger de Leyburn, non sapeva ancora a quale grande sorte quella zona sarebbe andata incontro. Nel 1307, con la richiesta di re Edoardo II di mille tonneaux di claret per il proprio matrimonio a Londra, per Bordeaux è il trionfo; solo trent’anni dopo, l’inferno. Scoppia la Guerra dei Cent’anni. Se i mercantili iniziano a viaggiare sotto scorta, niente impedirà all’esercito francese di devastare i vigneti sulle rive della Dordogna e della Garonna; i prezzi del trasporto saliranno dagli otto scellini a botte ai ventidue e una violenta contrazione delle esportazioni vincolerà i bordolesi fino al 1390. Strappata agli Inglesi nel 1451, Bordeaux rimarrà sempre fedele simpatizzante della perfida Albione, tanto da correre ad aprire le porte alla sgangherata armata di John Talbot, conte di Shrewsbury: con quell’ultimo palpito di riconquista anglosassone in terra di Francia, nel 1453, si chiude la guerra.  Impediti, per ordine del re di Francia, a commerciare con l’Inghilterra, i bordolesi ripresero a vendere vino a Londra vent’anni dopo, ma i bei momenti erano terminati: nuove regioni rifornivano adesso quei porti, e nuovo sangue sarebbe stato sparso sui vigneti aquitani. Con la strage di Wassy, nel 1562, lo scontro in Francia tra cattolici e protestanti è aperto: Bordeaux, ugonotta, ancora una volta al fianco degli Inglesi, mentre voci tonanti si levavano dalla cattolicissima Spagna di Filippo II, dove già allora, lente, maturavano le preziose botti di sherry.

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Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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