Walter Massa: un territorio, molto vino, tanti vitigni ed un personaggio unico

Walter Massa

Come diventare milionari col vino? Semplicissimo: basta cominciare da miliardari! Uno col piglio di Walter Massa, con quegli occhi che abbaiano rabbia ed entusiasmo dietro la montatura delle lenti, più che tra le vigne lo collocheresti tra le file dei Genesis, in camicia a quadretti a martellare la batteria di Land of confusion mentre Phil Collins canta arrochito il suo invito ad un mondo migliore: This is the world we live in /And these are the hands we’re given / Use them and let’s start trying / To make it a place worth living in. 

Magari canterà pure in inglese Massa, ma il meglio di sé lo regala quando urla in patois piemontese perché Pigi, la sua badante dai basettoni alla Ugo Foscolo, fa esplodere con le mani i sacchetti dei grissini. Le mani citate nella canzone, comunque, le ha usate sul serio, e a casa sua, a Monleale, tra i colli di Tortona, nel Piemonte sud-orientale, dove la viticoltura è anche più vecchia della vicina Langa ma assai più penalizzata, tormentata da decenni di vendita di vino sfuso; un corso mutato negli anni proprio da Walter, all’epoca fresco di diploma all’Enologica di Alba.

Un’etica del lavoro, e un ingegno brillante, ereditati dal padre Augusto e dall’adorato zio – raro caso di felice convivenza tra parenti così stretti – diventati benestanti per avere piantato negli anni Sessanta una varietà di pesca americana, la Red Haven, venduta a quattro volte il prezzo della tradizionale Guid Bun. A differenza delle pesche però – dice Massa – il vino è monogamo, non gradisce le ammucchiate; le storie dei vari Conterno e Felluga lo dimostrano.

Così al vino, Walter si avvicina da solo, nel 1978, fresco di militare, vinificando con dieci ettari di barbera e un paio a uve bianche. L’anno dopo, i primi dieci ettolitri di Croatina, poi, nel 1987, le prime 560 bottiglie di Timorasso. Commerciato in passato come Torbolino, perché venduto torbido a novembre sui mercati svizzeri, è un vitigno difficile, tendente a marcire e irregolare nella produzione. Una sfida rischiosa per Walter, che dopo la seconda vendemmia, nel 1988, capisce la sete di tempo di cui soffre quell’uva un po’ stronza: almeno diciotto mesi in bottiglia, dirà a sé stesso. Seguono gli incontri con Mario Schiopetto, Silvio Jermann, Gaspare Buscemi e Gianfranco Gallo. Il 1995 esce nel 1997, ed è l’inizio del grande successo.

derthona07_eSi chiamava Timuass, e presto sarebbe diventato l’onniconosciuto Derthona, dal nome latino di Tortona. Non è un nome scelto a caso, come non lo è Monleale per la sua Barbera: se Walter potesse, muterebbe tutte le DOC coi nomi dei paesi a cui appartengono, perché un vino di successo è un traino prezioso per la città in cui è nato; porta turismo magari dove prima nessuno si sarebbe sognato di andare.

Se c’è una cosa da rimproverare a quello straordinario innovatore di Braida [N.d.A: Giuseppe Braida] è l’avere chiamato la sua grandissima Barbera, Bricco dell’Uccellone e non Rocchetta Tanaro. Amore sconfinato, dunque, quello di Massa per il suo territorio, testimoniato dalla lungimiranza con cui permette a tutti i colleghi vignaioli ricadenti in zona di utilizzare il nome Derthona per i propri vini a base di timorasso.

Non sono come la gente che ha voglia di cambiare vita solo facendo finta di farlo, magari spiegando agli altri come stare al mondo! Di certo Walter di stare al mondo ne è capacissimo, soprattutto quando il mondo è il suo piccolo, adorato, pezzo di terra, quei Colli Tortonesi incastrati tra Piemonte, Liguria e Lombardia. Ad aiutarlo, quel mondo, è anche più bravo: grazie a lui, e alla sua Barbera, infatti, Monleale diventerà a breve DOCG. Chapeau! 

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Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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