Storia del vino 4

Rene_Joffroy-1Nel 1953, un omino pelato con la pipa in bocca, affonda le gambe nella campagna della Cote d’Or; accanto a lui, conficcato nel fango, un enorme vaso. Dietro quel paio di lenti spesse due dita, si apre un sorriso di soddisfazione: è René Joffroy, archeologo francese autodidatta; ai suoi piedi, il più importante ritrovamento archeologico per la storia francese del vino: il cratere di Vix.
In puro bronzo, databile intorno al 540 a.C., quell’enorme vaso, fabbricato in Magna Grecia,  presiedeva da venticinque secoli i banchetti ultraterreni di una principessa celta.
Tutt’altro che astemi, Celti, Iberi e Liguri, dunque, acquistavano regolarmente vino dai Greci, e sin dalla fondazione della prima colonia in terra francese, Massalia, nel 600 a.C.
Saranno i Romani a portare avanti la tradizione, conquistando la terra dei furiosi Galli col commercio prima ancora che con la spada: quando Cesare arrivò alle acque della Saona, tutti indaffarati a contrattare coi barbuti, ed entusiasti clienti, i mercanti romani erano già lì.
Ci volle poco perché dal vino importato si passasse al vino coltivato. Furono le colline della Linguadoca ad ospitare le prime barbatelle: Narbona, appena fondata, si apprestava a diventare prima capitale della Gallia romana mentre Bordeaux, porto commerciale, riforniva l’assetata Britannia con i vini della piccola Gaillac, ultimo confine, secondo la Roma repubblicana, per la coltivazione della vite. Sotto l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C., anche Bordeaux inizierà a coprirsi di  viti, così come la valle del Rodano, appena graziata dalla fondazione di Lione, seconda capitale della Gallia Transalpina, dopo Narbona, destinata a diventare il più importante porto per il commercio di vino dopo Roma.
Cratere_di_Vix-1Nel III secolo d.C., mentre l’imperatore Aureliano alza nuove mura a difesa di un Impero traballante, nella futura Borgogna si cominciano a piantare tralci. Nel IV secolo, Teodosio I, ultimo custode di un impero unito, vedrà forse fiorire le viti lungo il corso della Loira, ultima regione francese a colorarsi di grappoli: cabernet e gamay dal Bordeaux, pinot e sauvignon dalla Borgogna, raro esempio di convivenza in una Europa scossa dal rumore delle armi di barbari sempre più pressanti.
Nata sulla Mosella proprio come avamposto contro le invasioni germaniche, sarà Treviri, città di confine per i soldati dell’Impero, a dare il via alla coltivazione della vite in Germania. Costretti a lunghi mesi di stanziamento, per i legionari il vino era l’unica via di sollievo ad una vita trascorsa a consumarsi gli occhi in attesa del prossimo scontro, e una preziosa occasione per arrotondare la paga, vendendone un po’ dall’altra parte del confine, a chi le mani, quando non costretto, preferiva alzarle per brindare e non per menare.
Nei freddi territori dello Champagne, quattro secoli dopo, un barbaro di nome Carlo, rifonderà quell’Impero destinato tra poco a crollare, nel 476.

 

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Gherardo Fabretti

Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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