Orange Wine: molto più di una moda…

Un tempo il vino era prodotto lasciando macerare le uve con bucce e raspi per poi ottenerne un succo delizioso, di colore ambrato, non del tutto limpido ma ricco degli aromi della vigna.

In seguito, nella storia del vino, maturò la convinzione che i vini dovessero essere bianchi o rossi, a seconda se le uve venivano macerate con o senza bucce (ma incredibilmente c’è ancora chi crede che dalle uve bianche si ottengono vini bianchi e dalle uve nere vini rossi!) e si diede importanza alla limpidezza del prodotto finale quasi che fosse indice di qualità.

Quando la cultura e la diffusione delle procedure di vinificazione ha reso consapevoli gli appassionati di vini sui metodi di vinificazione, si è compreso che il colore del vino e la sua limpidezza dipendono dalla macerazione del mosto e dai tempi di permanenza con le bucce.

L’evoluzione tecnologica ha portato successivamente alla produzione di vini rosati, cioè vini ottenuti in seguito alla macerazione del mosto a contatto con le bucce solo per una notte (vin d’une nuit) prima della fermentazione, in modo da conferire al vino un colore rosso tenue, chiamato rosato o rosé, quest’ultimo termine preso in prestito dalla lingua francese, riportato anche sulle etichette di molti vini italiani (è irresistibile il fascino della nazione per eccellenza dei vini, la Francia!).

Non mi soffermo sulle sfumature delle varie tonalità, conoscere maggiori dettagli è facile consultando l’Associazione Italiana Sommelier che fornisce tutte le informazioni necessarie. In questa sede mi interessa di più affrontare la nuova tendenza, quella di produrre orange wine (vini arancioni), questa volta è stato utilizzato un termine inglese (come ben sappiamo il piacere esterofilo non manca mai!). Si potrebbe semplificare la descrizione sui metodi per ottenere orange wine dicendo semplicemente che si tratta di vini prodotti con uve bianche macerate per un tempo prolungato con le bucce e spesso non filtrati. Ma il discorso è più complesso. Gli orange sono considerati spesso vini di nicchia, i produttori sono per lo più coltivatori appassionati della vigna, che hanno sposato la filosofia biodinamica, i cui ben noti padri, Rudolf Steiner che fu il teorico, seguito dopo dallo sperimentatore Nicolas Joly, e ancora Stanislao Radikon e Francesco Gravner, solo per citarne alcuni, raccomandano nella coltivazione dei vigneti un approccio che valorizza le interazioni spontanee tra vitigno, suolo, clima, insomma il terroir, e dunque non usano pesticidi, praticano una vinificazione spontanea o naturale all’insegna dell’ecologia, perché utilizzano nel processo di macerazione un metodo che consente alle uve di mantenere integre le loro caratteristiche organolettiche.

In pratica il mosto in macerazione, viene tenuto a contatto con le bucce dell’uva dalle quali estrae aromi più intensi ma anche una certa quantità di tannini e materie coloranti. In seguito i lieviti in cantina che, sovente per scelta dei vinificatori sono quelli indigeni, completano la fermentazione e poi affinano, a volte nelle tipiche anfore di terracotta. Il risultato è un vino grezzo, non filtrato, dal colore opalescente, con sfumature giallo ambrato o addirittura arancio carico.

Ma qual è la magia di questo vino dall’affascinante colore arancione? L’orange regala un sapore che fa apprezzare un’intensità particolare al gusto. La sua tipica sapidità, a volte tropicale e a volte salina, è molto apprezzata in Giappone perché il gusto aspro si abbina perfettamente al pesce crudo del sushi.

Il dato di fatto è che il “quarto colore” del vino, l’orange, oggi nel nostro Paese si presenta al pari dei vini bianchi, rossi, rosati, ma è particolarmente apprezzato in Giappone come già detto, e in altri paesi come Francia, Australia e Usa.

La Sicilia, regione in cui questi metodi di vinificazione arcaica sono in uso sin dalla notte dei tempi, oggi abbiamo nuovi produttori che hanno scelto questo indirizzo di tendenza, rivalutando così i procedimenti di una volta.

A tal proposito è bene ricordare che nel 2017 l’Associazione Italiana Sommelier ha organizzato la “Notte degli Orange” a Brindisi e a Firenze dando un chiaro messaggio del fatto che anche se l’orange non è un vino facile, di certo è un nuovo indirizzo che andrà avanti nella sua evoluzione e diffusione.

 

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Maria Grazia Sessa

Maria Grazia Sessa

Di origine palermitana, vive nel paese in cui il sole si riflette sulla splendida Laguna dello Stagnone. Pittrice e fotografa, scrittrice e poetessa, unisce a queste sue passioni quella per il giornalismo. Acquisisce una formazione in letteratura, studia pianoforte e contemporaneamente svolge il ruolo di docente e dirigente nella scuola di Stato. Convinta che le arti non abbiano confini, inizia ad avvicinarsi alle tematiche di enogastronomia nel 2014, intraprende la formazione per Sommelier, svolgendo anche il compito di addetto stampa dell’A.I.S.Trapani. Considera la sua mission il diffondere i "tesori" della Sicilia, affinché siano conosciute le loro unicità e genuinità, facendo sì che la fama di questa terra possa "volare" in tutto il mondo ed essere apprezzata per il suo valore.

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