Il vino siciliano piange Diego Planeta

Il vino siciliano si è riappropriato da tempo del proprio statuto di dignità; non c’è probabilmente straniero, né compatriota, per cui il binomio tra vino e Sicilia non evochi qualità. Perché questo accadesse, però, era necessaria la scommessa di uomini disposti ad investire tempo ed energie in un progetto che solo quarant’anni fa poteva sembrare perduto sin dall’inizio. Diego Planeta, che ci ha lasciato oggi, era tra quelli.

Palermitano, figlio di don Vito, barone Planeta di Santa Cecilia, non mancava mai di scherzare sul suo destino di uomo di campagna, ancor prima che di brillante amministratore e imprenditore, facendo leva sul suo understatement: “negli anni Cinquanta, le famiglie baronali amavano mandare in campagna ciò che veniva considerato scadente per la città, mobili, vestiti, ecco perché mio padre ha deciso che io mi occupassi delle campagne”, raccontava in una intervista a Repubblica.

Dopo un diploma in viticoltura ed enologia, inizia il suo percorso di imprenditore alla fine degli anni Sessanta, a Vittoria, fondando la SIS, una società dedicata ai servizi per l’agricoltura. È a Menfi, però, che lega per sempre il suo nome, assumendo la direzione della Settesoli, oggi tra le più grandi cantine cooperative conosciute.

Forte del suo ruolo, e della presidenza dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino (ruolo che ricoprirà dal 1985 al 1992), Planeta supera radicate diffidenze e inizia ad avvalersi delle consulenze di prestigiosi esperti, tra cui Giacomo Tachis, col quale porterà avanti un fondamentale lavoro di indagine e sperimentazione sul Nero d’Avola, e Attilio Scienza, stravolgendo la percezione del vino siciliano.

La sua politica produrrà ben presto tangibili risultati, per l’economia locale, per il lavoro, e per l’immagine del vino dell’intera regione: ciò che prima era destinato al taglio, o alla distillazione, diventa “il messaggio della Sicilia nel mondo”, come lui stesso amava ripetere.

Tra i primi a comprendere l’importanza della parola territorio e del suo proficuo impiego nel campo del marketing e della comunicazione (perché se il vino è buono, dietro il vino c’è buona terra), ne dà concreta dimostrazione con la fondazione, nel 1985, della cantina Planeta, oggi tra le più apprezzate realtà enologiche della regione.

Sempre al lavoro, anche nella veste di presidente di Assovini Sicilia, per scardinare la tradizionale abitudine di tanti produttori a far squadra per sé, era convinto che la spinta al miglioramento nascesse sempre dalla condivisione, mai dall’isolamento. Come scriveva John Donne: “nessun uomo è un’isola”. Solo lavorando assieme l’isola potrà assumere la propria umanità. Lui lo aveva capito prima di tanti altri. E ci mancherà.

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Gherardo Fabretti

Gherardo Fabretti

Appassionato di leggi e latinorum, in principio fu Giurisprudenza. Laureato, invece, in Lettere moderne, diventa presto redattore per riviste di letteratura e fumetti. Alcolismo vuole che il vino inizi a interessarsi a lui, fino al diploma AIS di sommelier e al master in Gestione e Comunicazione del Vino organizzato da ALMA. Vive a Milano, ma quando può fugge, perdendosi volentieri in varie parti del mondo, perché il viaggio, come diceva Costantinos Kavafis, è “fertile in avventure e in esperienze”. Crede che Venezia sia la porta della felicità e Parigi il rifugio degli ultimi romantici. Non ha problemi con gli aerei ma a New York preferirebbe arrivarci in nave. Mentre organizza una breve gita in Mongolia, cerca compagni per il viaggio.

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