Le Saline della Laguna di Marsala: tra mare e terra, mestiere e poesia

Le saline sono impianti per la produzione di sale marino da acqua di mare, attraverso la concentrazione mediante evaporazione naturale dell’acqua, tutto ciò avviene attraverso un sistema di vasche e fasi prestabilite. La raccolta del sale nelle aree  della Sicilia occidentale risale ai tempi dei Fenici che si erano stabiliti in questo territorio, ma poi sotto la dominazione romana non fu praticata. Successivamente gli arabi, facendo tesoro della intuizione dei Fenici, si dedicarono alla produzione di questa grande risorsa locale. Dall’inizio del secolo XIV in poi sono state impiantate nell’area litoranea che si estende da Trapani a Marsala numerose saline, alcune delle quali furono utilizzate anche come vivaio di pesci. Questa è diventata un’area protetta e nel 1995 è stata istituita la Riserva ed affidata in gestione al WWF Italia.
Esaminando nel dettaglio, in provincia di Trapani gli impianti di saline si trovano in tre comuni lungo la costa del mare: a Trapani, a Paceco, a Marsala.
In particolare nella città di Marsala sono state ricavate nella Laguna dello Stagnone che costeggia la parte nord della città, qui furono create delle vasche con la predisposizione di muretti in tufo fra le isole della laguna tanto da riunire tre delle piccole isole tra loro e formarne una più grande, detta l’isola grande o isola lunga (cfr. foto 1 e 13). Altre saline furono costruite lungo la costa della Laguna dello Stagnone, nella parte nord (le saline Ettore Infersa e San Teodoro)  e  nella parte sud (le saline Genna). Le vasche si susseguono, dal largo alla terraferma, e sono in comunicazione tra loro tramite canali provvisti di chiusure per consentire, quando necessario, il travaso dell’acqua da una vasca all’altra. Le vasche sono poste a livelli via via più bassi per consentire il travaso per gravità. Quando questo non è possibile, il travaso tra le vasche avviene utilizzando dei mulini a vento che azionano una pompa per acqua antichissima: la vite di Archimede.
Lo spostamento dell’acqua in vasche successive consente di eliminare in successione quelle componenti che si trovano nell’acqua del mare che viene immessa nella prima vasca, così che le particelle in sospensione si depositano sul fondo della vasca, pesci, crostacei e altre componenti vengono filtrati nei canali.
L’acqua intanto viene sottoposta all’azione continua del sole e via via evapora lasciando nella vasca il sale. Questo determina la presenza di vasche con salinità crescente man mano che si procede dalla vasca più esterna alle interne, fino ad arrivare all’ultima vasca, quella dove la componente acquosa evaporerà completamente lasciando solo i cristalli di oro bianco, il sale. Ad ognuna di queste vasche è stato anche attribuito un nome specifico. Presso il “Museo del sale” che si trova all’imbarcadero della Laguna è possibile vedere i relativi filmati e le tabelle esplicative (cfr. foto 2).

Il sistema delle vasche

La raccolta del sale nelle vasche delle saline avviene attraverso alcune fasi. La vasca più lontana dalla costa viene riempita con l’acqua della laguna. Si aspetta che l’evaporazione diminuisca la quantità di acqua in modo da avere una concentrazione maggiore di sale. A questo punto si apre il canale tra la prima e la seconda vasca e si attiva il mulino a vento con la “vite di Archimede”, e così via fino alla vasca vicino alla terraferma, nella quale l’acqua evapora completamente e rimane solo il sale pronto per essere raccolto (cfr. foto 3).
Nel frattempo nelle vasche precedenti restano pesci, crostacei e quant’altro. Le vasche vengono pulite e il ciclo inizia di nuovo dalla prima vasca alle successive secondo tempi di evaporazione variabili in base al clima.
Nell’ultima vasca, quella vicina alla terraferma, avviene la raccolta del sale ad opera dei salinari, operai specializzati con esperienza antica che si tramandano di padre in figlio. Essi utilizzano attrezzi particolari (cfr. foto 4 e 5) per la raccolta del sale che si fa in genere di giorno sotto il sole nelle ore più calde, quindi è un lavoro impegnativo e faticoso.
Un aspetto particolare riguarda il cosiddetto “Fior di sale”: il sole riscalda l’acqua dall’alto, per cui la cristallizzazione del sale avviene sulla superficie dell’acqua. I primi piccoli cristalli di sale, che si formano, galleggiano sulla superficie dell’acqua e si ingrossano man mano che procede la cristallizzazione fino a quando non precipitano sul fondo della vasca. Il “Fior di sale” è costituito da questi piccoli, candidi, cristalli appena affiorati sulla superficie dell’acqua. Essi vengono raccolti non appena si formano con un apposito retino (una sorta di schiumaiola) e tanta pazienza.
Man mano che raccolgono il sale lo sistemano in piramidi sulla terraferma per farlo asciugare e coprono queste piramidi con le “Ciaramire”, antiche tegole di terracotta, per proteggerlo da eventuali piogge (cfr. foto 6).
Quando il sale è completamente asciutto, i suoi cristalli sono molto grandi, per cui viene macinato in un mulino a vento, il più grande e potente della salina, data la enorme forza necessaria per azionare le macine a pietra (cfr. foto 7).
Il trasporto del sale dalle saline alla città veniva effettuato via mare con delle imbarcazioni col fondo piatto e armate a vela latina chiamate “Schifazzi”, ormai inesistenti, ne rimane solo uno che si chiama “Mizar” del 1910, di proprietà dell’armatore Patrizio Florio Alagna, mio marito (cfr. foto 8).
Le saline infatti hanno un canale artificiale che circonda la salina tramite il quale queste imbarcazioni potevano arrivare, grazie al fondo piatto, fino al centro della salina per essere caricate.
Oggigiorno questo mulino, anche se perfettamente funzionante, non viene utilizzato e i mulini a vento con l’elica di Archimede sono stati sostituiti da pompe a motore. La macinazione del sale e le fasi successive di preparazione per la vendita avvengono in un complesso industriale moderno, ma questa è un’altra storia.

I salinari

Protagonisti della raccolta del sale sono i cosiddetti “Salinari”, operai per la maggior parte anziani, i giovani difficilmente aderiscono alle varie fasi di questo processo, a volte vengono ingaggiati extracomunitari.
Il lavoro è faticoso, spesso gli anziani non reggono per molto tempo nel giorno alla fatica o al clima, servono giovani forti e robusti (cfr. foto 9). Semmai gli anziani istruiscono e guidano i giovani che sono forti ma inesperti. In genere i più anziani si ritagliano il compito di assemblare i mucchietti di sale che poi i giovani mettono nelle carriole e trasportano sulla terraferma formando le piramidi di sale.
Per lo spostamento del sale vengono anche utilizzati i nastri trasportatori mobili (cfr. foto 10). I salinari mentre lavorano sotto il sole estivo, hanno l’abitudine di cantare delle “nenie”, i Canti dei Salinari, in dialetto siciliano. Sono come delle filastrocche che un tempo svolgevano la funzione di scandire il ritmo della conta delle “cartedde” (ceste) di sale che riempivano e che venivano caricate sui carretti per il trasporto: iniziava a cantare chi teneva la conta, ma era eseguito anche da uno degli operai. Le parole contenute in questi canti sembrano senza un significato, invece ripercorrono il gergo dei salinari (cfr. foto 14). I canti vengono a tutt’oggi recitati dagli operai che lavorano in salina, con lo scopo di farsi forza e darsi coraggio ad affrontare il peso del lavoro e il caldo asfissiante a cui si aggiunge spesso il vento afoso dello scirocco. Queste condizioni climatiche provocano aridità della pelle che a volte dopo tante ore addirittura si spacca. In alcune giornate i salinari raccolgono il sale di notte, ma questa scelta viene fatta principalmente per scopi turistici, al fine di consentire la visione di questo spettacolo della raccolta accompagnata dalle canzoni al pubblico in visita d’estate (cfr. foto 11 e 12)

 

FOTO 13 – Mappa della Laguna dello Stagnone

“Vuci di salinaru”
(Canti dei Salinari)

Mentri semu ‘ncumpagnia
‘nta sta santa matinata
pi’ purtari l’armunia,
jò mi fazzu sta cantata.
Mentri cuntu li carteddi
cu sistema di salina
caminannu picciutteddi
ni scuzzamu sta dicina.
Cu stu sali di salina,
mi divertu a lu cuntari,
comu a tagghia è bedda china
semu pronti pi’ mangiari.
Semu quasi tutti stanchi,
soccu à dittu nun mi pentu
e chiamamu a centu salmi
a lu santu Sacramentu.
Comu nostra divuzioni
misi a forma di culonna
pi’ na bona culazioni
ni chiamanu la Madonna

 

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Maria Grazia Sessa

Di origine palermitana, vive nel paese in cui il sole si riflette sulla splendida Laguna dello Stagnone. Pittrice e fotografa, scrittrice e poetessa, unisce a queste sue passioni quella per il giornalismo. Acquisisce una formazione in letteratura, studia pianoforte e contemporaneamente svolge il ruolo di docente e dirigente nella scuola di Stato. Convinta che le arti non abbiano confini, inizia ad avvicinarsi alle tematiche di enogastronomia nel 2014, intraprende la formazione per Sommelier, svolgendo anche il compito di addetto stampa dell’A.I.S.Trapani. Considera la sua mission il diffondere i "tesori" della Sicilia, affinché siano conosciute le loro unicità e genuinità, facendo sì che la fama di questa terra possa "volare" in tutto il mondo ed essere apprezzata per il suo valore.

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