Il buon vino sta sempre nelle botti piccole?

Piccolo è meglio o peggio di grande?

Quali sono i pregi e difetti dei piccoli e dei grandi produttori? Andare alla ricerca della qualità piuttosto che della quantità è premiante?

La massima “Nella botte piccola c’è il vino buono”  famosa per la sua valenza metaforica, ha origine nel suo significato letterale dalla saggezza dei viticoltori di un tempo. Cito questo detto per iniziare un discorso sulla qualità del vino, nella sua vasta e variegata produzione. Oggi è sempre più crescente la grande attenzione che a livello internazionale viene data ai vini di etichetta e alle produzioni che privilegiano la qualità sulla quantità. Ecco perché sono sempre più i produttori motivati dall’attuale tendenza di cambiare rotta per intraprendere vecchi sistemi soprattutto con metodi in purezza, attenti più alla produzione artigianale se ciò può contribuire a renderla “sana” e di qualità. Il costo di ricerca e sperimentazione, per il miglioramento del prodotto, è più facilmente sopportabile per i grandi produttori, che invece sono più orientati al rendimento economico, di contro, i piccoli produttori sono quelli che riescono ad ottenere prodotti di straordinaria qualità. Sembra un paradosso ma avviene proprio questo in molte realtà vitivinicole. Il target “qualità” comporta delle  scelte, partendo dalla produzione di uve, seguendo o “inseguendo” la qualità in tutti i passaggi, attivando il legame tra territorio, vino e tecniche di produzione, quasi mediando il concetto di Chateaux come lo intendono i francesi.
Se si sceglie questa direzione, è necessario rispettare ciò che il territorio consente di coltivare, conoscere il rapporto che lega un vitigno al microclima e alle caratteristiche minerali di un determinato suolo sito in una particolare area: questi i fattori che determinano sicuramente il carattere e l’unicità del vino prodotto, insomma un po’ come il concetto francese di terroir, e quindi tradizione, cultura e coltura del vino.
Poi si passa alla scelta delle tecniche di vinificazione, e questo significa dire no ai prodotti chimici e alle biotecnologie nella vinificazione. Viene incontro come conforto l’Agenda 2030 di cui ci troviamo al “giro di boa” con la prima scadenza, fissata già entro il 2020, secondo la quale si dovevano raggiungere i primi Target all’interno dell’obiettivo 15 che ha per finalità “Ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri” ed in questo panorama, in particolare, la vitivinicoltura. Altra raccomandazione ci viene dalle Linee Guida sull’Enoturismo, approvate dalla Conferenza delle Regioni in marzo 2019, in cui si stabiliscono standard per promuovere la ricchezza culturale e paesaggistica italiana e, dando enfasi alle sue unicità che riguardano le peculiarità presenti in ogni territorio, vengono riportate una serie di attività atte a garantire soprattutto standard di qualità nei vari livelli della catena dell’esercizio da parte delle aziende.
Come in molte parti del mondo anche nella Sicilia occidentale, realtà con cui mi trovo a diretto contatto, sono sempre più numerosi i produttori che negli ultimi anni si stanno orientando verso la scelta che privilegia i metodi naturali anche se la produzione risulta di minore quantità. Si trovano per esempio sempre più negli scaffali delle enoteche proposte di vini non filtrati, ed è ormai palese che la ricerca e lo studio per la qualità sia l’obiettivo di molti “addetti ai lavori”.

Marco De Bartoli – foto di Giuseppe Gerbasi

Una per tutte vorrei citare la storia di un uomo del quale quest’anno ricorre il decennale della sua scomparsa, Marco De Bartoli (Marsala 04/02/1945 – Messina 18/03/2011), vignaiolo e produttore vinicolo marsalese, “figlio d’arte”, se consideriamo arte la cultura del vino, entrambi i genitori infatti erano nel settore vitivinicolo. Marco, ad un certo punto della sua vita “Incontra il mondo del vino di qualità e ne rimane affascinato, sviluppa l’orgoglio dell’appartenenza alla sua terra coniugandolo con l’amore per il Marsala” come scrive nella sua Relazione in Memoria, Franco  Rodriquez (giornalista e sommelier delegato dell’AIS Trapani). Decide di fondare nel 1978 l’Azienda Agricola Marco De Bartoli con sede in località Samperi nel Baglio di famiglia. Ripristina il reparto di vinificazione, amplia la cantina ed inizia la sua rivoluzione nella sperimentazione “…adattando nuove tecnologie di vinificazione e con notevoli anticipi di vendemmia, imbottiglia il primo “Vecchio Samperi” nel 1980 – continua Rodriquez – un vino naturale non fortificato, un vino da “vignaiolo” da sole uve grillo, … che é l’essenza del Marsala, il suo Vino”. E poi ancora “rivolge l’attenzione a Pantelleria, al vitigno tradizionale di questo territorio: lo zibibbo ed al Passito di Pantelleria, un altro vino di questa provincia ad occidente, praticamente scomparso dal mercato”. Insomma stiamo parlando di un “personaggio Marco De Bartoli, vignaiolo di qualità, capace di restituire all’enologia dell’isola un’immagine positiva e vincente” e il cui marchio è famoso nel mondo ed ha acquistato i primi posti delle classifiche internazionali dei vini di qualità ancora oggi, grazie alla continuità che hanno garantito i suoi figli. “Marco De Bartoli è stato un grande protagonista, un precursore che ha saputo indicare anzitempo il recupero della tradizione e la difesa della tipicità, modernamente interpretate, quali risposte alla sfida della globalizzazione – conclude Franco Rodriquez – La strada tracciata da Marco De Bartoli, percorsa da produttori sempre più numerosi e convinti, sta già producendo risultati economici importanti nel comparto vitivinicolo siciliano”.
Sulla qualità e le esperienze per raggiungerla si può parlare all’infinito ed esempi se ne annoverano in tutti i paesi del mondo fra gli amanti del vino. Volendo trarre delle note conclusive, credo che la ricerca permanente basata sulla sperimentazione debba essere il vessillo di chi ama il mondo del vino, dal viticoltore all’enologo, dal produttore all’enofilo. Tutto comunque dipende dai gusti.
Ho iniziato il mio discorso con una massima del popolo e concludo con la nota frase latina “de gustibus non disputandum est” che dà ragione a tutti.

(foto di Maria Grazia Sessa)

 

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Maria Grazia Sessa

Maria Grazia Sessa

Di origine palermitana, vive nel paese in cui il sole si riflette sulla splendida Laguna dello Stagnone. Pittrice e fotografa, scrittrice e poetessa, unisce a queste sue passioni quella per il giornalismo. Acquisisce una formazione in letteratura, studia pianoforte e contemporaneamente svolge il ruolo di docente e dirigente nella scuola di Stato. Convinta che le arti non abbiano confini, inizia ad avvicinarsi alle tematiche di enogastronomia nel 2014, intraprende la formazione per Sommelier, svolgendo anche il compito di addetto stampa dell’A.I.S.Trapani. Considera la sua mission il diffondere i "tesori" della Sicilia, affinché siano conosciute le loro unicità e genuinità, facendo sì che la fama di questa terra possa "volare" in tutto il mondo ed essere apprezzata per il suo valore.

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