Cosa significa lavorare in un “true restaurant” – parte 2
“Un true restaurant è l’aspirazione… un obiettivo per cui si è lavorato sodo, un posto in cui tutto è perfetto… ma non è sempre stato tutto rose e fiori… anzi!”.
La mia esperienza e un minimo di senso critico mi fanno dire che il sistema non ti aiutava e stenta ancora oggi, sono tanti gli aspetti da rivedere: salari bassi, troppe ore lavorate e spesso non pagate, nessun benefit; relegati inoltre, nell’immaginario collettivo, come quelli che non ce l’hanno fatta e che quindi lavorano in un ristorante.
Nel caso di una donna poi, che vorrebbe una carriera nel settore, diventa quasi proibitivo avere una vita “convenzionale”, intesa come una vita con figli da crescere e una casa a cui badare.
Quindi parliamo di un mondo ed una vita che ti portano a rinunciare a molte cose e a lottare per averne altre.
Ovviamente ognuno compie la propria scelta… ci sono colleghi che pur avendo le competenze e la passione vogliono una famiglia, uno stipendio più alto, continuare a vivere nella propria città; quindi ci si arrende cambiando mestiere, o si va all’estero, dove molti diritti sono più tutelati, oppure spesso desisti dall’intraprendere una crescita o la scalata gerarchica per normalizzare la vita nei ritmi della routine, molti professionisti si allontanano. Devi decidere su cosa dare forfait. E quindi si crea come una frattura.
Rimangono dentro stacanovisti che amano quello che fanno (sempre meno) e persone che incrociano il lavoro in un ristorante per guadagnare in maniera temporanea, un impiego come un altro, perché la verità è che oggi nessuno vuole rinunciare più a niente, tantomeno al tempo.

Questa è la dissonanza che sta vivendo al momento la ristorazione, soprattutto il settore legato ai servizi di sala e cucina, dissonanza che parte già dalle intenzioni, nel modo di “stare” dentro questo lavoro. Il famoso sistema dovrebbe fare da traino per le aziende, il nostro Bel Paese vive di turismo; l’ospitalità e l’enogastronomia sono cultura, ma anche dei canali economici formidabili, le aziende, a loro volta, dovrebbero valorizzare le risorse umane, rendere loro la vita più regolare, tenere in considerazione, ascoltare, ripagare i sacrifici fatti, formare i giovani che avvertendo un vero cambiamento in questo, potrebbero avvicinarsi alla professione con meno diffidenza e più interesse.
Perché c’è una bellezza nel ritrovarsi in divisa tra gli ospiti e sentire il prestigio e l’importanza che riveste il tuo ruolo, i bei momenti in cui ci si ritrova ad essere parte di un mosaico, lingue diverse, persone che chiacchierano di vino davanti a bottiglie conosciute e sconosciute… a quel punto non è più un qualcosa legato solo alla vendita… diventa condivisione.
Qualcuno che ti racconta un’esperienza legata all’ingrediente di un piatto assaggiato dall’altra parte del mondo e che ricorda ancora, il sorriso d’intesa di alcuni ospiti mentre ti guardano accoglierne altri, parlare di imperdibili mete da visitare… mentre nel frattempo tutto intorno a te è scandito da un tempo, che è nella tua testa e nella testa di chi lavora con te, con cui spesso, discuterai e anche animatamente, ma sarete comunque come un’orchestra che suona all’unisono.
C’è bellezza quando le persone ritornano, quando ti cercano per salutarti e ringraziarti, nei sorrisi, nelle strette di mano, magari sarai il loro prossimo racconto in un altro ristorante.
Il true restaurant è dove riesci ad esprimere te stesso attraverso quello che ami fare e quando questo succede, il livello qualitativo cresce. La location, il brand, l’organizzazione, le materie… certo.
Ma il true restaurant lo fanno le persone… e quanto queste persone sono supportate.
C’è un futuro? – mi chiede con aria scettica…
Sospiro senza quasi rendermene conto… mi viene in mente una parola: “sovversione”, ma mi ricompongo in fretta tirando un calcio al mio animo ribelle e rispondo… -“Certo…”.
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